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Storia raccolta ed elaborata dalla classe Seconda C - Liceo scientifico G. Marconi di Milano

Istituto pedagogico della Resistenza, storia di una scuola che viene da lontano

«Noi non siamo un’associazione di quartiere, nata per il quartiere o nata dal quartiere, nonostante la precedente sede fosse in via Giambellino 115. Eravamo lì dagli anni ’50 del secolo scorso per caso, anzi, per punizione. Noi veniamo da molto lontano». A raccontarci la storia dell’Istituto pedagogico della Resistenza sono Giacomo e Angela rispettivamente presidente ed ex presidente.

 

I Convitti Scuola della Rinascita

L’istituto è legato alla storia dei Convitti Scuola della Rinascita, che dal 1945 sono nati in diverse città italiane. Sono scuole che sorgono dall’esperienza della Resistenza italiana e si ispirano al principio di autogoverno, a uno stile didattico sperimentale e alla gestione collettiva per la massima responsabilizzazione di ognuno attraverso l’Assemblea Generale dove ciascun organismo era rappresentato (dirigenti, docenti, studenti, personale collaborante…). Il più longevo dei Convitti, l’”Amleto Livi” di Milano, è stato riconosciuto dalla Repubblica Italiana con un Decreto Ministeriale ad hoc per preservarne l’impianto didattico e pedagogico, è diventato quindi scuola pubblica nell’a.s. 1974/1975 e prende il nome di Scuola Sperimentale ad indirizzo Musicale “Rinascita Amleto Livi”. La sede del Convitto “Amleto Livi” era al 115 del Giambellino (ex fabbrica Tallero), la scuola pubblica è stata eretta, su indicazione del Comune di Milano, poco distante, in Via Rosalba Carriera. A seguito del riconoscimento i fondatori dei Convitti Rinascita decidono di dedicarsi a un nuovo progetto: mettersi a disposizione del mondo delle educazioni. Nasce così l’Istituto pedagogico della Resistenza, che dopo via Giambellino 115, si trasferisce in via Anemoni 6 su indicazione e successive prassi del Comune di Milano e l’allora CdZ17, in uno stabile che divide ancora oggi con un CTR (Centro Territoriale Riabilitativo).

 

Un quartiere senza una storia comune

L’IpR si trova nei dintorni del Giambellino-Lorenteggio, insistendo su un triangolo che va indicativamente da piazza Frattini fino al confine con zona 7. «Siamo in un non-quartiere, un quartiere dormitorio. In questi casoni enormi – alcuni più ricchi, altri meno perché case di cooperative – ci abitano migliaia di persone, che non hanno storie in comune tra loro. All’interno degli edifici non c’è nessuno spazio sociale, un luogo dove fare le feste, le assemblee. E anche fuori dai condomini, sono pochi i luoghi dove incontrarsi, i bar, le edicole, non c’è neanche il panettiere. È un quartiere strano, e noi siamo gli strani tra gli strani. Primaticcio è stato costruito per rispondere all’esigenza abitativa ma non è stata creata una storia comune, in Giambellino-Lorenteggio invece sì». Una delle questioni più evidenti è la solitudine. «Qua c’è gente sola. È vero che per loro esistiamo ma esistiamo ogni tanto, ed è un disagio, anche perché la solitudine viene captata dai cattivi».

Pedagogia sociale e pedagogia della Resistenza

L’Istituto pedagogico della Resistenza si occupa di formazione in ambito didattico, proponendo percorsi di pedagogia della Costituzione, senza parlare di Resistenza sempre e solo con le bandiere o durante le giornate della memoria. Lavora principalmente con scuole e università, ma è attivo anche sul territorio con un progetto di pedagogia sociale: «Abbiamo deciso di aprire la nostra sede ad altri, concedendo gli spazi a gruppi più o meno strutturati. Ma non siamo affittacamere, è un progetto pedagogico. Spesso i gruppi fanno fatica a mantenere una sede, non solo sul piano economico ma anche su quello gestionale».

 

La nascita di un Comitato di Gestione

I membri dell’IpR hanno sperimentato un percorso di accompagnamento mutuato dall’esperienza dei Convitti Rinascita, facilitando la nascita di un Comitato di Gestione composto dai referenti di ogni gruppo. Si sono istituite riunioni periodiche ed è stato scritto assieme un regolamento, e ciò che è più importante, tutti i gruppi si sono dovuti conoscere. Ci sono i musicisti: i Giambellindios, i chitarristi senza vergogna e il coro del Lorenteggio, Greenpeace, i giocatori di carte, il Gas, chi dipinge, chi fa poesia, chi lettura, c’è un laboratorio per portatori H, gli ortisti. «Siamo riusciti a far sì che comunicassero tra loro, perché fare un bellissimo quadro o scrivere un bellissimo libro che interessasse solo a loro non interessava a noi. Se hai avuto la possibilità di fare qualche cosa, devi permettere anche agli altri di sapere quello che fai e come ci sei riuscito».

 

L’orto dell’Istituto, da passione di uno a grande progetto di tutti

Progressivamente i membri dei gruppi prendono a carico lo spazio e si genera una potente affezione. «A noi a volte commuove, non sono soci IpR: è la dimostrazione che quello che stiamo facendo funziona». In via Anemoni 6 c’è orto e frutteto. «Uno degli studenti che frequentava l’aula studio ha avuto il trip dell’orto, è partito dal nostro orticello e lo ha trasformato in un progetto grande, gestito da un intero gruppo. La scorsa settimana all’iniziativa di scambio semi c’erano oltre 200 persone, per fortuna era bel tempo perché all’interno sarebbe stato impossibile ospitarle tutte». Amarene, fichi, ciliegi, cachi, castagni, nespoli, melograni e prugni, «d’estate vedi le persone lungo la cancellata che vanno avanti indietro pronte a cogliere i frutti. Gli alberi da frutto sono importanti per i bimbi, le maestre delle scuole qua a fianco attraverso orto e frutteto riescono a fare capire meglio le nozioni di scienza».

 

Autogestione e inclusione sociale

«Non avere dei capi, ricevere le chiavi e gestirsi in autonomia». Questi sono alcuni dei motivi per cui alle persone piace venire qui. «Insieme concordiamo la cornice: rispetto, comunicazione e crescita delle competenze sociali. Non è semplice ma abbiamo decenni d’esperienza». La festa di fine anno 2018 è stata organizzata con e sugli zingari, in un quartiere dove hanno una vita difficilissima. «Li abbiamo invitati, gli abbiamo chiesto di suonare, raccontarsi e pranzare con noi; siamo riusciti a mettere insieme persone che, grazie ai media, di quell’etnia pensavano il peggio. In seguito a ciò, abbiamo avuto per più di un mese la sede invasa da doni per quella comunità. Complice certamente l’atmosfera natalizia ma vedere gli scambi affettuosi (baci e abbracci), la promessa di reincontrarsi, e la montagna di doni successiva…. si sono amati alla follia».

 

Un bar di quartiere, il sogno di Angela e Giacomo

Angela e Giacomo sognano un bar all’interno della sede dell’Istituto pedagogico della Resistenza: «Ecco, vorremmo un bar con una piccola edicola, con i quotidiani, dove guardare insieme le partite dei mondiali. È un’occasione di socialità semplice. La Costituzione italiana è l’unica al mondo che ha una declinazione pedagogica e dice che i cittadini hanno il diritto di riunirsi, e di farlo liberamente e che non esiste un ambito che non influenza la vita pubblica (l’ambiente, la storia, l’orto, il bar), l’insieme di queste cose costruiscono un bar, un istituto, un quartiere».

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