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Teca Bistrot, spazio di ristoro ma soprattutto di socialità e inclusione

Via Caccialepori è una strada piccola, ai margini del quadrilatero popolare di San Siro. I palazzi non sono molto alti, i marciapiedi non troppo larghi. Camminando veloce, anche con la testa ripiegata sul cellulare, non si può fare a meno di notare le luci che, da qualche mese, hanno riacceso le vetrine del civico numero 8. Sono quelle del Teca Bistrot, bar, caffé e cucina con forno, jazzoteca, uno spazio di ristoro ma soprattutto di socialità e inclusione. Un progetto nato con un fine preciso: essere un punto di riferimento per il quartiere.

 

Teca, il bistrot che custodisce la biodiversità naturale ma anche umana

«Teca deriva dal greco e significa “piccola custodia”, “scrigno”. Ho scelto questo nome perché volevo che il mio bistrot diventasse un luogo che custodisse la biodiversità, naturale ma anche umana. In poche parole il sacrosanto diritto di essere diversi». Raffaella, ha 53 anni, un fratello con la sindrome di Down e un passato da assistente sociale. Il confine tra la sua professione e la vita privata è sempre stato molto labile. «La mia formazione? La strada. Quando ho iniziato, non esisteva ancora la laurea in Scienze dell’Educazione». Da giovane ha vissuto in Francia insieme a una ragazza berbera, dalla quale ha appreso la grammatica dei sapori mediorientali. Una passione, quella per gli “odori”, che ha coltivato in ogni progetto a cui ha lavorato.

Dal “Giardino degli Aromi” ad “Aromi a tutto campo”

All’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, era la responsabile del “Giardino degli Aromi”, una onlus che promuove il reinserimento sociale di persone svantaggiate attraverso percorsi di ortoterapia. Da quella esperienza è nata l’idea di fondare, nel 2011, la cooperativa “Aromi a tutto campo”, un’attività di catering e delivery vegano e vegetariano che coinvolge utenti psichiatrici lungo tutto il processo di produzione, dalla coltivazione delle materie prime, fino al cibo nel piatto. Teca Bistrot non è altro che l’esito naturale del suo percorso e del suo approccio, che vede nel lavoro una delle risposte possibili al disagio. «Il welfare arriva fin dove vede il bisogno, cerca di risolvere i problemi ma non sempre risponde alle necessità più intime. Per questo io penso che gli strumenti che ci vengono messi a disposizione vadano usati per creare dei piccoli percorsi di autonomia».

 

Piatti curati, serviti in uno spazio multifunzionale

Un luogo accogliente, che ricalca lo stile in voga nei locali del centro. Un menu fatto di piatti semplici, attento alla qualità delle materie prime, alla loro stagionalità, ma anche ai prezzi, per rispettare le esigenze delle persone che vivono in quartiere. Uno spazio multifunzionale, dove ci si può andare a colazione, a pranzo, a cena, ma anche a lavorare. Da quando ha aperto, a inizio maggio, ha attirato la curiosità sia degli abitanti della zona, ma anche di chi da queste parti non è abituato a transitare, favorendo in questo modo uno scambio culturale senza forzature. Un modo per far entrare in contatto persone con storie diverse, sfruttando il linguaggio universale della buona cucina.

 

Sostenibilità e coraggio di cambiare: le sfide del terzo settore

Sono passati solo pochi mesi dall’apertura, ma il Teca è già riuscito nel miracolo di ricucire una frattura tra gli abitanti del quartiere popolare e quelli della zona più residenziale che si sviluppa verso la zona di De Angeli. Sono otto le persone che ci lavorano, tutti assunti, alcuni sono disabili altri soffrono di disagio psichico, ma una volta dentro il Teca quelle che all’esterno apparirebbero delle diversità vengono assorbite dai ruoli professionali svolti da ciascuno di loro. Per Raffaella si tratta di una responsabilità doppia, che si traduce in una cura quasi maniacale dei conti. «Dobbiamo per forza essere sostenibili, per queste persone non si tratta solo di lavoro, ma di una vitale conquista di autonomia. Il compito del terzo settore è quello di tessere reti, a partire dai bisogni che vengono espressi dalle persone. Ma serve anche il coraggio di cambiare. Io penso di averlo avuto, trasformando uno spazio che stava morendo – questo era il circolo della Cooperativa Vercellese, costruttrice e proprietaria dell’immobile dove ci troviamo. Io gli ho voluto dare una nuova veste, renderlo appetibile anche a chi di terzo settore e disabili non ne sa nulla. Per me questa è stata la vera sfida».

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