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La rigenerazione di Corvetto passa anche dal Mercato Comunale di Piazzale Ferrara

«Più la trasformazione del Mercato Comunale di Piazzale Ferrara si toccherà con mano, più la gente comincerà a riacquistare speranza; in questo nostro Corvetto è possibile vivere meglio». Non è retorico affermare che tutti in zona conoscono Gibo. Questo è il soprannome con cui gli abitanti del quartiere a sud di Milano sono abituati a chiamare Gilberto Sbaraini, presidente della cooperativa sociale La Strada. Fiducia negli altri e nel cambiamento, lavorare sul fatto che «se uno si occupa delle persone che ha intorno finisce per occuparsi anche del luogo in cui vivono e non smette di volerlo migliore per gli altri e per sé». È con questa attitudine che Gilberto ha portato La Strada a intraprendere una nuova avventura insieme a Terzo Paesaggio, Sunugal e Milano Bicycle Coalition: la rigenerazione del mercato comunale Ferrara, un progetto innovativo che vede la sinergia fra il Comune di Milano, proprietario dell’immobile, e Fondazione Cariplo, promotore del programma di rigenerazione urbana Lacittàintorno.

 

Mercato Ferrara, un luogo per la comunità del quartiere

«Ridare vita a questo mercato come luogo per la comunità del quartiere – spiega Gilberto – è una sfida ambiziosa». Da una parte il progetto sta facendo i conti con un luogo fisico da sistemare per rilanciare il commercio di prossimità e creare nuovi legami sociali: diversi servizi verranno attivati, come ad esempio l’uso condiviso della cucina, il prestito di attrezzi per piccole manutenzioni edili e la riparazione delle biciclette; dall’altra parte, mette in campo una “nuova mentalità” per il lavoro territoriale, «fatto di connessioni diffuse e significative con i commercianti del mercato, il territorio e la città intera… solo in questo modo il mercato potrà contribuire alla rigenerazione urbana del Corvetto».

 

Iniziative culturali in un mercato rionale

In questa direzione, ad esempio, vanno sia le iniziative culturali di richiamo, sia l’elezione del mercato a riferimento per i biker milanesi, sia la promozione di un territorio pieno di risorse “verdi” da esplorare (dal parco della Vettabbia all’area di Porto di Mare, fino ai molti itinerari nel Parco Agricolo sud Milano). La predisposizione di un “fondo di comunità”, inoltre, capace di alimentarsi nel tempo, per realizzare le proposte provenienti da organizzazioni, gruppi informali o singoli abitanti, è segno promettente di un progetto che vuole produrre impatto sociale.

Il Corvetto come luogo di vita

Cresciuto come molti ragazzini delle case popolari del comparto Mazzini – viveva con la famiglia in un alloggio in via dei Cinquecento – Gilberto ha fatto tappa alle elementari di via Ravenna e poi alle medie di via Oglio (che non ci sono più) e si è legato da subito all’oratorio di Santa Rita, un “nido” di tante amicizie su cui ancora oggi può contare.

«C’erano talmente tanti ragazzini in quartiere, quando ero bambino io, che ogni via partecipava al torneo estivo con la propria squadra di calcio!», ricorda Gilberto, che crescendo è passato ad allenarne molte, all’oratorio di via Panigarola, con il gruppo sportivo Anni Verdi.

E sono proprio i legami e gli affetti che lo hanno portato a scegliere di nuovo questo quartiere di periferia come luogo di vita, dove far crescere anche i propri due figli, dopo un’esperienza in Brianza, dove si era trasferito, insieme a sua moglie Cristina per aprire e gestire una comunità per tossicodipendenti.

 

La Strada, la cooperativa sociale fondata da don Cereda

In quel periodo la vocazione di Gilberto e di sua moglie si era identificata con la missione de La Strada, l’opera sociale fondata nel 1980 da don Giancarlo Cereda. Più tardi, nel 1997, La Strada trasferì la sua sede in via Piazzetta, in pieno Corvetto, dove ancora oggi la troviamo, all’interno di una scuola di suore Rosminiane che aveva dovuto chiudere. «Don Giancarlo – racconta Gilberto con un po’ di emozione – è una persona eccezionale  e ho avuto la fortuna di incontrarlo. Ha fondato La Strada per aiutare i suoi ragazzi – come diceva lui – ma, ad un certo punto, ha detto basta, mi hanno chiamato a fare il parroco in un paese della Brianza lecchese e ora tocca a voi. Così la cooperativa è rimasta in mano nostra e ha proseguito il lavoro in questo quartiere».

 

Volontario per “cambiare vita”

Gilberto aveva lavorato inizialmente come geometra in una compagnia petrolifera, ma poi aveva deciso, insieme a Cristina, di “cambiare vita”, affiancando don Giancarlo come volontario, alla Strada. Per svolgere meglio il suo compito aveva frequentato la scuola regionale per operatori sociali e si era dedicato completamente al lavoro sociale, dalle tossicodipendenze ai centri di aggregazione giovanile, fino al coordinamento di servizi complessi, oggi, in qualità di Presidente.

 

Un quartiere tra solidarietà e disperazione

Gilberto, in ogni caso, resta uno che per il quartiere ci cammina spesso e volentieri.

«Sono tante le persone che mi fermano per strada. Sono sommerso da richieste di ogni tipo che mi fanno sentire impotente… dal disoccupato in cerca di lavoro al padre di famiglia che è sotto sfratto, una varietà incredibile di umanità che prova a sopravvivere, a cavarsela».

Ne esce un affresco di quartiere davvero complesso, che mette in cortocircuito gesti di estrema solidarietà (come i gruppi di vicinato che sostituiscono il badantato per gli anziani soli, oppure i doposcuola fatti dai volontari, o ancora chi decide di investire, come Giacomo con il suo chiosco in piazza Corvetto) con gesti di estrema disperazione (come l’abusivismo abitativo, lo spaccio di droga o i ripetuti furti avvenuti al Mercato Ferrara).

«C’è senz’altro un problema di ordine pubblico in Corvetto – afferma Gilberto –, sono consapevole che ci sono persone che avrebbero bisogno di essere aiutate da zero, ma al contempo non possiamo giustificare gesti che non fanno che alimentare il conflitto sociale: ci vogliono tempo e cura enormi per costruire una relazione positiva, mentre basta un solo gesto isolato per sgretolare in un attimo i frutti di anni di impegno!».

L’aver vissuto sulla propria pelle la trasformazione sociale del quartiere fra gli anni ’60 e oggi non costituisce una vena di malinconia nel racconto di Gilberto, ma una forte spinta a guardare avanti con la consapevolezza di ciò che si vuole perseguire.

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